Siamo veramente il miglior paese viticolo?

L’Italia è il miglior paese viticolo per gli appassionati di vino. Un paio di siti importanti hanno ripreso la notizia di una classifica stilata da una delle più grandi agenzie di viaggi britanniche. Ne riportiamo qui uno.

Una prima riflessione è sulla necessità di sentirsi riconosciuti dagli altri. In questo caso per lo meno non si tratta di un’auto-proclamazione. Amiamo, o almeno ama qualche associazione, mostrare fieramente che produciamo spesso più vino di ogni altro paese. Facendo un giro in un supermercato straniero, potremmo pensare lo stesso di ogni altro prodotto agroalimentare. Visto il numero di tricolori e di risonanze che sono utilizzate per vendere prodotti che a volte in Italia non abbiamo neanche mai sentito nominare.

Può essere invece utile verificare qual’è lo spazio che ci siamo ritagliati. Senza generalizzare in termini nazionali, ma al contrario guardando quello che possiamo fare personalmente per il territorio e la reputazione collettiva. Un grande cammino è fatto di tanti piccoli passi. Persino quello che possiamo considerare un vero patrimonio inestimabile è stato costruito un po’ alla volta: La tradizione e la diversità del panorama viticolo italiano.

Il bello del vino è che è una metafora della vita. Non c’è ragione di sentirsi distaccati da quello che non potremmo mai realizzare in una sola generazione. Basta guardare l’impatto che certe pratiche poco ortodosse posso avere sull’ambiente. L’agricoltura intensiva a termine nuoce agli ecosistemi. Nel vino, o in vigna, la diversità è complessità e la complessità è forza e bellezza. Ad esempio, un incendio può radere al suolo una comunità e solo la natura, e l’uomo che ne fa parte, sono in grado di ripartire. Tuttavia in primo luogo sono gli individui più comuni ad effettuare la ripopolazione. La complessità si costruisce nel tempo e per questo va salvaguardata.

Le vecchie viti, per non parlare di altri frutti, sono una riserva di biodiversità che sta sparendo. Ecco perché è fondamentale praticare la modestia. Vantarsi poco, agire molto. O almeno agire molto, e vantarsi il giusto. Andare a lezione di contegno non guasta mai. In fondo come disse Bartali “Il bene si fa ma non si dice e certe medaglie si appendono all’anima, non alla giacca”. Se da una parte il Sangiovese e la Rebola sono vitigni autoctoni a Rimini, dall’altra bisogna recuperare la loro complessità.

Per questa ragione, in una regione viticola, una rondine non fa primavera. Come si può affermare un livello qualitativo senza avere dei termini di paragone? Cresciamo aiutando gli altri, o meglio aiutandoci a vicenda. Sulle nostre colline, il solco è aperto ma dobbiamo continuare a tirarlo. Ognuno con le sue parole, dobbiamo raccontare Rimini, come Fellini fece in Amarcord, nelle sue sfaccettature, secondo il proprio punto di vista. L’obiettivo è quello di stimolare e promuovere quella complessità che ti fa capire subito perché non si tratta affatto di una semplice stazione balneare.

Il vino è un linguaggio che va ascoltato. Ogni bottiglia proviene da una vite che è in comunicazione stretta con la terra attraverso le radici. Racconta la storia di una famiglia, di un luogo e dei suoi usi. Un punto di vista della vita e della terra che non si trova in una guida turistica o in un semplice manuale di degustazione. Un’identità unica che per essere rivelata richiede la fiducia ed il supporto della popolazione locale, ma soprattutto un lavoro enorme da parte di un gruppo di viticoltori avvertiti.

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