EventiVini

Si – può – fare !

Come nella celebre frase del film di Mel Brooks, nominato all’Oscar nello stesso anno in cui Fellini lo vinse con Amarcord, con la rassegna di “Intrecci di Gusto” i viticoltori di Rimini hanno preso coscienza delle loro potenzialità. Lo spettacolo, andato in scena al teatro degli Atti qualche settimana fa, è stato un connubio di vino e personalità romagnole. Il legame tra i riminesi, il territorio ed il loro vino è qualcosa d’indissolubile.

L’obiettivo più che ambizioso è stato quello di codificare questo territorio, dove si produce vino da millenni. Innanzitutto, bisogna ammettere che i passi avanti sono stati fatti da tutti, negli ultimi decenni. La produzione qualitativa è ancora giovane. A livello internazionale, persino delle realtà affermate come Montalcino possono essere considerate moderne. La nostra denominazione è quindi dotata di una forte tradizione, ma per migliorare può solo guardare avanti.

A volte per dimostrare il valore di un territorio, basta allineare qualche degustazione verticale ed orizzontale di una decina di bottiglie, per descrivere rispettivamente l’evoluzione di uno stesso vino nel tempo e di diversi prodotti sulla stessa annata. La degustazione però non si limita a fornire risposte nette, ma ci permette di entrare nell’intimità del vino. Un punto fondamentale è la necessità di riferimenti. Abbiamo tutti bisogno di conoscere per apprezzare. Non puoi dire che le tagliatelle della nonna sono le più buone, se non ne hai mai assaggiate altre, al limite puoi dire che ti piacciono. La degustazione va per archetipi, come Beatrice per Dante e Silvia per Leopardi. Per apprezzare e descrivere una tipologia di vino bisogna avere delle referenze, tuttavia non ce n’è bisogno per esprimere il gradimento personale.

La degustazione è uno dei punti di contatto più stretti tra l’uomo e le cose, l’uomo e l’ambiente, il territorio dove viviamo. Sebbene i livelli di conoscenza generale sul vino e sulla provenienza sono ridotti, queste convinzioni sono radicate nella nostra testa. Secondo un antico corollario, noi siamo quello che mangiamo.

Il gusto di Rimini

La Rebola è naturalmente più accessibile. Questo vitigno assume una connotazione particolare nel riminese, al punto che il nome del vino è riservato alla denominazione. L’equilibrio di un vino bianco è più semplice, si gioca principalmente sull’acidità ed il grado alcolico. Ai vini bianchi manca la dimensione dei sapori amari e astringenti. L’alcool, ad un tenore inferiore a 16°, ha sapore dolce ed è in equilibrio con l’acidità, senza peraltro un rapporto lineare. La sapidità non è facilmente percepibile nel vino, perché in diretta competizione con l’acidità.

La prossimità con il mare ed un’acidità non eccessiva permettono alla sapidità della Rebola di Rimini, di avvalersi dell’effetto di esaltatore del gusto del sale. Al di là di un’aromaticità fine e complessa, un elemento ricorrente nella degustazione dei grandi vini bianchi è la nozione di densità. La Rebola anche in questo caso si dimostra un vino pieno, che non teme il confronto. Il discorso dei riferimenti sta per essere colmato dalla messa in commercio di nuove linee ancora più qualitative, limitate nei numeri. Resta aperta la questione dell’estensione ridotta dei vigneti e della necessità di operare una crescita ragionata e qualitativamente sostenibile.

Quando si parla di Sangiovese non si può fare a meno di pensare alla Romagna. Persino in Chianti le sottozone hanno impiegato del tempo per decollare. Le fasce collinari dell’Appennino presentano diversi livelli di complessità. Nel riminese il vino si presenta con una buona concentrazione. In questo caso l’equilibrio del vino rosso assomiglia più al triangolo di Salomone. Non perché i produttori riconosciuti per produrre grandi vini equilibrati sono considerati degli illuminati, ma perché le combinazioni di astringenza, morbidezza ed acidità sono infinite. Riuscire ad inquadrare un vino nel suo equilibrio ottimale, permette al degustatore di riconoscerlo e al produttore di mettere in risalto la finezza ed il frutto. La consistenza non è certo qualcosa di deplorevole nel vino, tuttavia è inutile andare a ricercarla sistematicamente perché il Sangiovese dev’essere bilanciato.

Parafrasando Fellini i viticoltori di Rimini si trovano nella sua situazione opposta: sono degli artigiani che hanno qualcosa da dire, ma non sanno come dirlo. Sarebbe bello fare del nostro terreno argillo-calcareo un messaggio importante, come quello che è riuscito a trasmettere Federico. Le dimensioni ridotte delle aziende, le risorse limitate, la varietà dei prodotti, sono molteplici le spiegazioni che fanno sì che al vino di Rimini, nonostante tutto manchi ancora qualcosa. Come in un film, da una parte questo ci spinge a continuare a seguire da vicino l’evoluzione della storia e dall’altra ci permette di guardare al futuro con speranza.

L’importanza di un evento come questo è quello di fissare un obiettivo comune, un modello estetico che ci spinga a fare esprimere il nostro terroir. Attraverso le scelte viticole e di vinificazione l’uomo permette alla vite ed alla terra di esprimersi. Il termine francese, contrazione del latino territorium (territorio) deriva da terra alla quale è associata una destinazione d’uso, rispetto ad una coltura. Una stanza con delle persone che dormono diventa quindi un dormitorio, una sala con degli uomini che ascoltano un auditorio e una terra con delle viti che producono buon vino, un vero territorio.

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